
Diversi anni fa avevo letto il romanzo e l’ho trovato fantastico. Intelligente, anticonformista, ironico. Il modo stesso in cui il libro è scritto è fuori dai soliti schemi: Barney scrive la sua versione (da qui il titolo) per difendersi dall’accusa di aver ucciso il suo amico. Ma il suo scritto è come la sua vita: disordinato, confusionario, pieno di errori. Il libro viene quindi pubblicato postumo da suo figlio, che a differenza del padre è precisissimo, che accompagna lo scritto originario con una serie di commenti e correzioni.
Il romanzo scatenò però grandi polemiche, perché è “politicamente scorretto”. Basti pensare al modo in cui lo scrittore, ebreo, parla degli ebrei; la spietatezza con la quale critica i tratti più conformisti, un tempo si sarebbe detti “borghesi”, dei suoi correligionari. Non si può quindi rimanere indifferenti. O lo si ama moltissimo o lo si disprezza.
Ero quindi curiosa di vedere il film, chiedendomi se sarebbe stata o no un delusione.
Non lo è stata.
Ovviamente del libro è rimasto pochissimo: vagamente la storia, neanche del tutto esatta, i personaggi, anche questi non tutti e non del tutto coincidenti. Ed è rimasto poco anche di Barney, solo appena tracciato rispetto a quanto fa il libro. D’altronde si tratta di “un libro di parole” e invece il cinema è fatto più di immagini.
Ma quello che è rimasto mi è piaciuto molto.
Come il libro, anche la versione cinematografica ha scatenato reazioni contrastanti, provocate secondo me dalla posizione in cui ci si mette rispetto alla storia e al personaggio (e forse non solo). Proprio perché è politicamente scorretto non può essere giudicato su un piano morale. Mi viene in mente “La città vecchia” di De André . Forse la chiave è nell’ultima strofa della canzone: “Se tu penserai, se giudicherai, da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese, ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo.”
Solo che a differenza della canzone di De Andrè, in cui si invita in qualche modo alla pietà e i personaggi tracciati vengono considerati comunque vittime, Barney non chiede scusa, non vuole pietà.
Sbaglia e paga tutti i suoi errori, dai più piccoli ai più grandi ma rivendica per sé proprio questa libertà, quella di poter trasgredire, senza nessuno che moralisticamente lo giudichi, gli faccia la predica o soprattutto glielo impedisca.
Due scene – quella del matrimonio e quella del bordello – sono per me eccezionali.
Barney dice al neo suocero: “Se mio padre vuole ubriacarsi e rendersi ridicolo, bene, ha il diritto di farlo e verrà giudicato per questo. E tu non permetterti di intrometterti.”
E trovo che la fine del padre, morto dopo aver fatto per l’ultima volta l’amore con una ragazza che, anche se ha scelto per mestiere di vendere il suo corpo, è piena di umana pietà, tanto che piange disperata per lui, sia meglio che finire su una sedia a rotelle con il pannolone e costretto ad essere imboccato.
Il rapporto con il padre poi io l’ho trovato meraviglioso, fuori dalle convenzioni ma di una rara intensità.
Certo la fine è triste, ma come purtroppo è spesso la vita.
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